giovedì, ottobre 19, 2006

VoodooTales #1 - Magnavox

Fumavo per assorbire impatti di zaffate: vaporose deflagrazioni di pruriginose essenze e feromone sbattutemi sul grugno al passaggio di ogni attempata fashion-victim fiera della propria uterina autodeterminazione.
Stanco di fumare ficcai i pugni in tasca e attraversai, a caso, la strada piombando tra le bancarelle dalla parte sbagliata.
Notai Magnavox nel il pomeriggio che stingeva mentre l’aria cominciava ad odorare di vaniglia e umidità calcarea; l’autunno si faceva pieno senza che io riuscissi a beneficare dei suoi effetti sedativi. Accesi una sigaretta e, senza sforzo apparente, adeguai il passo all’amniotica risacca di quella bolla di caos sovieticamente organizzato sbocciata nel cuore dell’opulenta provincia. Magnavox si pavoneggiava, nero corno orfano del suo grammofono, su di un telo blu operaio, steso a terra in mezzo ad una Saltafossi e un furgone, tra polverose reliquie del secolo appena passato e collerici carburatori DellOrto ancora madidi di miscela al due per cento. Passai oltre annotandone, a mente, le coordinate.
M’accorsi dell’umidità solo alzando lo sguardo ed inquadrando un’insegna sospesa nel suo alone cartilagineo, faville, da un angolo, dichiaravano, invece, “caldarroste” per chi sentisse bisogno di caldi conforti mentre io avrei avuto voglia di bere, di bere pesante. Non è più cosa mia.
Accesa una sigaretta stabilii la direzione dei passi prossimi venturi e mossi i primi due o tre incocciai in una rossa pallida e disturbata con una borsa floscia a tracolla; ma non mi dimentico mai di appartenere al sottoproletariato di una (l’unica) timorosa generazione di traumatizzati e, come tale, non partecipo alle rituali abluzioni alcolico-ormonali che vanno in scena tra le pieghe della provincia. Quindi, Aspirando nicotina, distolsi lo sguardo dalla rossa e degluttii desiderio.
Inscenando un inutile diversivo, senza interesse, presenziai , in liturgico silenzio, alla contrattazione di un manipolo di bomboniere opache al banchetto di una vecchia senza rughe da parte di una voce alla quale non mi presi la briga di dare un volto. Mi spostai.
Un tizio dalle brache di velluto esponeva memorabilia sbiadita, vecchi vinili, pick-up (DiMarzio recitava significativo un cartellino scritto a pennarello) e qualche waah-waah consunto. E, tra la musica che mancava, di nuovo la rossa.
Scartabellava tra i vinili con le mani bianche, diafane di nicotina e le unghie rosicchiate di fresco. Girai le spalle e me la diedi festosamente a gambe.
“…Take me down, To the paradise city, Where the grass is green, And the girls are pretty, Take me home…”
Individuai, lesto, la barba giallastra che esponeva il mio pezzo, attirai la sua attenzione ed inscenammo una laconica quanto farsesca trattativa. Lui non vedeva l’ora di sbaraccare io di comprare: stabilimmo un prezzo ed arraffai l’anticaglia. ancora devo sapere se al prezzo giusto.
Ingrugnito ri-attraversai la strada con Magnavox (scandito “alla tedesca”) sotto braccio e feci il possibile per evadere l’arretrato di zaffate che avevo accumulato.

2 Commenti:

Blogger flying hawk ha detto...

ciao

8:56 AM  
Anonymous Anonimo ha detto...

un bacio dolce...Sopi

9:32 AM  

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