VoodooTales #7 – Sten Pocheparole
Un limpido lucore di luna piena rassoda, nel gelo invernale inscatolato tra i palazzi, inodori fluorescenze alpine. Sten scivola tra la gente respirando l’aria quasi d’albicocca matura; Sten che entra ed esce, tutti i giorni, dall’ufficio per una paga di quattro soldi; Sten entra, esce e poche parole.
Sul marciapiede Sten s’accosta, compra tre mele semi-lucide d’agricoltura biologica, salutando alza lo sguardo sopra le teste e le luci. Liquefazioni bitonali lumeggiano facciate composite di vetro e mattoni.
Tra la fiaschetteria del polacco, sovraccarica come un presepe, e l’entrata del solenne ristorante nippo-islandese -specialità cetaceo- ticchettano le porte automatiche della libreria. Sten non cambia passo , solo devia dalla corrente ed entra, sfila tra gli scaffali del piano terra e, ben oliata, la scala mobile lo scarica di sopra. Ronza di luce al neon l’aria secca delle pompe di calore.
Figure immobili, caute, sfogliano edizioni economiche mentre i best-seller impilati attendono il fine settimana. Sten circumnaviga “ATTUALITA’”, Sten nipote d’un partigiano, Sten mille toni di grigio, Sten con un nome di mitragliatrice inglese infila “STORIA” sorridendo e accelerando un poco, raggiunge “NARRATIVA” e si ferma, respira, aspetta che lo si chiami. Questa sera, diciottoequrantacinque, una, due, tre voci. Sten soddisfatto si materializza alla cassa, paga, un sguardo come un saluto a “primaopoi” che, spettinata, lo saluta dagli occhiali da vista fuori moda. Cinquanta centesimi d’acqua minerale all’automatico e attraversa la strada, Sten.
Tacchi rumoreggiano affondando nel marciapiede, veementi raffiche telegrafano promesse omnidirezionali. Sten accende una sigaretta per diluire tanfo di profumi e l’aroma del bio-diesel. Sten fuma poco e i pacchetti di sigarette gli si stingono nelle tasche.
Sferraglia sommesso il tram elettrico; Sten preferisce camminare, Sten e così tante vetrine da ignorare, Sten e le solite poche vetrine da contemplare, semideserte.
Ancora trecento metri, trecento metri battendo i denti. Kebab da Ahmed e dritto a casa Sten.
Un limpido lucore di luna piena rassoda, nel gelo invernale inscatolato tra i palazzi, inodori fluorescenze alpine. Sten scivola tra la gente respirando l’aria quasi d’albicocca matura; Sten che entra ed esce, tutti i giorni, dall’ufficio per una paga di quattro soldi; Sten entra, esce e poche parole.
Sul marciapiede Sten s’accosta, compra tre mele semi-lucide d’agricoltura biologica, salutando alza lo sguardo sopra le teste e le luci. Liquefazioni bitonali lumeggiano facciate composite di vetro e mattoni.
Tra la fiaschetteria del polacco, sovraccarica come un presepe, e l’entrata del solenne ristorante nippo-islandese -specialità cetaceo- ticchettano le porte automatiche della libreria. Sten non cambia passo , solo devia dalla corrente ed entra, sfila tra gli scaffali del piano terra e, ben oliata, la scala mobile lo scarica di sopra. Ronza di luce al neon l’aria secca delle pompe di calore.
Figure immobili, caute, sfogliano edizioni economiche mentre i best-seller impilati attendono il fine settimana. Sten circumnaviga “ATTUALITA’”, Sten nipote d’un partigiano, Sten mille toni di grigio, Sten con un nome di mitragliatrice inglese infila “STORIA” sorridendo e accelerando un poco, raggiunge “NARRATIVA” e si ferma, respira, aspetta che lo si chiami. Questa sera, diciottoequrantacinque, una, due, tre voci. Sten soddisfatto si materializza alla cassa, paga, un sguardo come un saluto a “primaopoi” che, spettinata, lo saluta dagli occhiali da vista fuori moda. Cinquanta centesimi d’acqua minerale all’automatico e attraversa la strada, Sten.
Tacchi rumoreggiano affondando nel marciapiede, veementi raffiche telegrafano promesse omnidirezionali. Sten accende una sigaretta per diluire tanfo di profumi e l’aroma del bio-diesel. Sten fuma poco e i pacchetti di sigarette gli si stingono nelle tasche.
Sferraglia sommesso il tram elettrico; Sten preferisce camminare, Sten e così tante vetrine da ignorare, Sten e le solite poche vetrine da contemplare, semideserte.
Ancora trecento metri, trecento metri battendo i denti. Kebab da Ahmed e dritto a casa Sten.


2 Commenti:
cazzo!
è bellissimo, davvero davvero davvero davvero
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