VoodooTales #12 – Fulvio, Sveva e la città-che-non-è. Toccata e fuga
Da levante, nel silenzio immacolato del mattino, il sole che sorge sorprende sull’orizzonte di fronte, nell’aria ancora limpida del gelo notturno, le Alpi innevate.
Non c’è vento e solo il respiro sottile della pianura, profumato dai fuochi di ramaglie lasciati a poltrire nei campi, lambisce le pale della turbina Savonius sul tetto.
Col passare delle ore vapori si alzano dalla terra che sgela e umidità torbosa si leva nell’aria: gli orizzonti si sgranano e le Alpi in lontananza sfumano. Dall’aria che si scalda svanisce quel retrogusto d’acqua di torrente quand’è fredda che spacca i denti.
Non c’è vento questa mattina solo il respiro della pianura, l’alta pressione e le nuvole zincate da est, dai Balcani, senz’altro e prima ancora dagli Urali, forse.
Nel cortile grigio di ghiaia i cani si scuotono di dosso l’ultimo torpore mentre i merli razzolano tra le foglie cadute quest’Autunno.
Mattoni rossi e silicio s’accendono della stessa luce obliqua che dardeggia sulla pianura.
E quasi ora di abbandonare il placido conforto della campagna, è quasi arrivata l’ora di gettarsi nel gorgo follemente antropizzato della città-che-non-è.
La città (che-non-è) è un paesotto di provincia come tanti: quindici - forse - ventimila abitanti stipati in cinture di villette a schiera e palazzine “ad uso residenziale” concentriche ed esterne ad un centro storico ai più inaccessibile e nel quale qualcuno spera sempre di ereditare qualcosa, un domani. Paesotti che nell’epoca dei non-luoghi si mascherano da quello che non sono; tanto per non farsi illusioni.
Dalla finestra (vetri multistrato) Sveva osserva il mattino, ma non è un mattino buono per lasciare lo sguardo correre fino all’orizzonte mentre i pensieri, invece, si riesce a gettarli anche oltre. I cani in cortile riconoscono la figura minuta e la salutano scodinzolando lieti.
Ad un tratto, comunque atteso, frastuono da sopra le scale, frastuono sulle scale e, finalmente, frastuono al piano terra - ‘giorno Fulvio – e sorriso,
- tutto bene? – e sorriso, sornione questa volta.
Fulvio, giacca di velluto infilata di sghembo, appare in cucina pettinano appena e sbarbato per niente
- una meraviglia! - esordisce sincero, la bacia, beve il caffè, la bacia ed esce a caricare la macchina.
Il mercoledì è giorno di mercato nella città-che-non-è, Fulvio guida fin lì solo nei giorni di mercato. In periferia non lo conosce nessuno mentre in centro lo conoscono tutti; lui, la sua giacca di velluto a coste larghe e la sua 88.
Ogni mercoledì mattina, quindi, la 88 di Fulvio, stipata di ceste ed echeggiante di “Dark Side Of The Moon”, sbuca gorgogliando dalla campagna a cinquanta all’ora, attraversa la periferia e si ferma ciondolando davanti al Bar Centrale. Fulvio gira la chiave - 88 e Pink Floyd ammutoliscono – scende, entra, saluta i soliti e ordina un caffè liscio.
Finito il caffè, scambiate due chiacchere comincia, con calma, il suo giro, forse, con metodo per consegnare le ceste colme di verdure, aggirando il mercato e prendendolo poi d’infilata, a piedi, solo a giro terminato.
Le ceste di Fulvio sono uguali per tutti: solo verdure di stagione, prezzo fisso venti euro e gli si rende la cesta della settimana precedente. Nel giro, tra gli altri, ci sono il farmacista calabrese che gli scrocca sempre una sigaretta, la sarta che gli chiede ogni volta di Sveva, la vedova Rubizzi vestita come se dovesse andare all’opera, zia Claretta che non è sua zia ma che lo aspetta sempre con il caffè caldo e la zolletta tra le dita, il veterinario che gli offre i soliti quattromila euro per la vecchia 88 e Bruno, dal quale Fulvio non accetta soldi, che affetta sempre un salame di quelli speciali mentre Fulvio mette una bottiglia del suo rosso.
Fulvio non è nato qui e qui non ci è nemmeno cresciuto; ci è arrivato qualche anno fa dopo aver comprato quella casa colonica in campagna, l’ha ristrutturata per abitarci ed aprirci un Bed&Breakfast. Ha sistemato l’esterno, fatto da zero gli impianti, ora finisce una stanza alla volta per clienti alla ricerca di relax a due passi dalla città (città? Ci risiamo?). Fulvio ci mette mano con calma, c’è anche l’orto da curare: lui le verdure e Sveva i fiori.
Fulvio e Sveva non fanno parte di quella torma di ricchi in fuga dal caos, avevano quattro palanche da parte. Ora hanno solo un sogno da realizzare e una vita davanti.
Terminato il giro, ritirate le ceste, riscossi i soldi Fulvio toglie dalla tasca la lista della spesa scritta su di un foglietto di block-notes che odora ancora di Sveva e s’immerge nel chiasso del mercato: torna dal farmacista se c’è bisogno di qualcosa, ritira la posta, cerca e trova sempre qualcosa di carino e a buon mercato per Sveva; passa poi in libreria e prende un libro per lui e uno per lei. Ad ogni tappa lascia qualche depliant stampato su carta riciclata: solo il nome del B&B, il numero di telefono, il sito internet e l’indirizzo di posta elettronica; la stessa cosa recitano le scritte sulle portiere della sua 88 che lo aspetta davanti al “Centrale”, senza multa: anche la municipale Fulvio lo conosce bene.
Come ogni mercoledì, passato da poco mezzogiorno Fulvio risale, finalmente, a bordo, gira la chiave, attende qualche secondo e mette in moto. Istantaneamente i Pink Floyd riprendono a suonare e Fulvio può tornare a casa, da Sveva.
Da levante, nel silenzio immacolato del mattino, il sole che sorge sorprende sull’orizzonte di fronte, nell’aria ancora limpida del gelo notturno, le Alpi innevate.
Non c’è vento e solo il respiro sottile della pianura, profumato dai fuochi di ramaglie lasciati a poltrire nei campi, lambisce le pale della turbina Savonius sul tetto.
Col passare delle ore vapori si alzano dalla terra che sgela e umidità torbosa si leva nell’aria: gli orizzonti si sgranano e le Alpi in lontananza sfumano. Dall’aria che si scalda svanisce quel retrogusto d’acqua di torrente quand’è fredda che spacca i denti.
Non c’è vento questa mattina solo il respiro della pianura, l’alta pressione e le nuvole zincate da est, dai Balcani, senz’altro e prima ancora dagli Urali, forse.
Nel cortile grigio di ghiaia i cani si scuotono di dosso l’ultimo torpore mentre i merli razzolano tra le foglie cadute quest’Autunno.
Mattoni rossi e silicio s’accendono della stessa luce obliqua che dardeggia sulla pianura.
E quasi ora di abbandonare il placido conforto della campagna, è quasi arrivata l’ora di gettarsi nel gorgo follemente antropizzato della città-che-non-è.
La città (che-non-è) è un paesotto di provincia come tanti: quindici - forse - ventimila abitanti stipati in cinture di villette a schiera e palazzine “ad uso residenziale” concentriche ed esterne ad un centro storico ai più inaccessibile e nel quale qualcuno spera sempre di ereditare qualcosa, un domani. Paesotti che nell’epoca dei non-luoghi si mascherano da quello che non sono; tanto per non farsi illusioni.
Dalla finestra (vetri multistrato) Sveva osserva il mattino, ma non è un mattino buono per lasciare lo sguardo correre fino all’orizzonte mentre i pensieri, invece, si riesce a gettarli anche oltre. I cani in cortile riconoscono la figura minuta e la salutano scodinzolando lieti.
Ad un tratto, comunque atteso, frastuono da sopra le scale, frastuono sulle scale e, finalmente, frastuono al piano terra - ‘giorno Fulvio – e sorriso,
- tutto bene? – e sorriso, sornione questa volta.
Fulvio, giacca di velluto infilata di sghembo, appare in cucina pettinano appena e sbarbato per niente
- una meraviglia! - esordisce sincero, la bacia, beve il caffè, la bacia ed esce a caricare la macchina.
Il mercoledì è giorno di mercato nella città-che-non-è, Fulvio guida fin lì solo nei giorni di mercato. In periferia non lo conosce nessuno mentre in centro lo conoscono tutti; lui, la sua giacca di velluto a coste larghe e la sua 88.
Ogni mercoledì mattina, quindi, la 88 di Fulvio, stipata di ceste ed echeggiante di “Dark Side Of The Moon”, sbuca gorgogliando dalla campagna a cinquanta all’ora, attraversa la periferia e si ferma ciondolando davanti al Bar Centrale. Fulvio gira la chiave - 88 e Pink Floyd ammutoliscono – scende, entra, saluta i soliti e ordina un caffè liscio.
Finito il caffè, scambiate due chiacchere comincia, con calma, il suo giro, forse, con metodo per consegnare le ceste colme di verdure, aggirando il mercato e prendendolo poi d’infilata, a piedi, solo a giro terminato.
Le ceste di Fulvio sono uguali per tutti: solo verdure di stagione, prezzo fisso venti euro e gli si rende la cesta della settimana precedente. Nel giro, tra gli altri, ci sono il farmacista calabrese che gli scrocca sempre una sigaretta, la sarta che gli chiede ogni volta di Sveva, la vedova Rubizzi vestita come se dovesse andare all’opera, zia Claretta che non è sua zia ma che lo aspetta sempre con il caffè caldo e la zolletta tra le dita, il veterinario che gli offre i soliti quattromila euro per la vecchia 88 e Bruno, dal quale Fulvio non accetta soldi, che affetta sempre un salame di quelli speciali mentre Fulvio mette una bottiglia del suo rosso.
Fulvio non è nato qui e qui non ci è nemmeno cresciuto; ci è arrivato qualche anno fa dopo aver comprato quella casa colonica in campagna, l’ha ristrutturata per abitarci ed aprirci un Bed&Breakfast. Ha sistemato l’esterno, fatto da zero gli impianti, ora finisce una stanza alla volta per clienti alla ricerca di relax a due passi dalla città (città? Ci risiamo?). Fulvio ci mette mano con calma, c’è anche l’orto da curare: lui le verdure e Sveva i fiori.
Fulvio e Sveva non fanno parte di quella torma di ricchi in fuga dal caos, avevano quattro palanche da parte. Ora hanno solo un sogno da realizzare e una vita davanti.
Terminato il giro, ritirate le ceste, riscossi i soldi Fulvio toglie dalla tasca la lista della spesa scritta su di un foglietto di block-notes che odora ancora di Sveva e s’immerge nel chiasso del mercato: torna dal farmacista se c’è bisogno di qualcosa, ritira la posta, cerca e trova sempre qualcosa di carino e a buon mercato per Sveva; passa poi in libreria e prende un libro per lui e uno per lei. Ad ogni tappa lascia qualche depliant stampato su carta riciclata: solo il nome del B&B, il numero di telefono, il sito internet e l’indirizzo di posta elettronica; la stessa cosa recitano le scritte sulle portiere della sua 88 che lo aspetta davanti al “Centrale”, senza multa: anche la municipale Fulvio lo conosce bene.
Come ogni mercoledì, passato da poco mezzogiorno Fulvio risale, finalmente, a bordo, gira la chiave, attende qualche secondo e mette in moto. Istantaneamente i Pink Floyd riprendono a suonare e Fulvio può tornare a casa, da Sveva.


3 Commenti:
E finalmente ritrovo il mio scrittore preferito!! Se riuscissi a loggarmi su antidoti saluterei anche lì il tuo passaggio.
Torna presto.
"Nel cielo di cenere affonda
il giorno dentro l'onda
sull'orlo della sera
temo sparirmi anch'io nell'ombra
la notte che viene è un'orchestra
di lucciole e ginestra
tra echi di brindisi e fuochi..."
Un saluto caro vecchio bandito. (è stato bello quell'echeggio di luna dal lato oscuro)
molto Est, tutto cio'.
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